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In Italia di giornalismo freelance non si vive

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“Ho deciso di non fare più il corrispondente per media italiani. In Italia di giornalismo freelance non si vive e noi giovani giornalisti/e non abbiamo la forza e la voglia di cambiare questa situazione”. Inizia così l’annuncio su facebook del giovane giornalista italiano Alberto Tetta.

Stando alle parole del premier Renzi i giornalisti non lavorano in condizioni di schiavitù e tutto è fantastico. In realtà fare il giornalista freelance, conoscendo anche lingue straniere, facendo reportage da punti caldi non fa guadagnare abbastanza per vivere e inoltre si lavora senza copertura né garanzie. Da una parte nei media italiani c'è una lacuna in materia di esteri, d'altra parte non si investe in reportage e servizi di giornalisti freelance. Perché? Alberto Tetta, giornalista freelance basato in Turchia, membro di "Matchbox Media collective" ha raccontato a Sputnik Italia la sua esperienza.

— Alberto, hai deciso di non fare più il corrispondente per i media italiani. Perché hai fatto questa scelta?

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— Dopo 10 anni di lavoro per i media italiani, ho deciso di puntare su altro, perché non è un lavoro che ti dà da vivere, non è possibile pagare l'affitto, non si riesce ad arrivare a mille euro facendo un lavoro freelance. Inoltre non sei mai coperto dal punto di vista della sicurezza, quando lavori in area di conflitto. Le redazioni dicono di fare il lavoro, se poi interessa lo comprano, ma non garantiscono la tua sicurezza né sono pronti ad aiutarti in situazioni di pericolo. Ho lavorato anche per media molto grossi.

— Secondo te perché non si investe nei reportage e negli esteri in Italia?

— Devo dire che a volte sono stato pagato bene per i miei servizi e sono stato spesato. Il punto è che agli esteri in Italia non viene dato valore in generale. Le pagine di esteri sono pochissime, in televisione è la stessa cosa.

Quello che interessa ai media è parlare della politica interna, perché sostanzialmente i media italiani vivono di finanziamento pubblico e quindi devono rendere conto ai loro committenti. Io penso che la maggior parte dei media lavori non per i lettori, ma per la politica di palazzo, da dove arrivano i soldi.

— Alla fine si forma una lacuna nella materia degli esteri. Sulla stessa Turchia, dove tu vivi da diverso tempo, si scrive molto poco in Italia.

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— Si parla troppo poco e soprattutto in maniera superficiale, cioè copiando le agenzie che si trovano qui e che hanno diversi problemi. In Turchia è ripreso un conflitto tra esercito e guerriglia autonomista del PKK, da mesi ci sono grosse città sotto coprifuoco militare, avvengono tanti attentati terroristici, l'ultimo ad Ankara. Anche sotto il punto di vista del mainstream succedono cose importanti, non sto parlando solo dell'approfondimento e dell'analisi. Il mainstream è lacunoso anche sulla cronaca e sui grandi fatti, sulle breaking news.

— Tu che vivi in Turchia, conosci la realtà del posto e conoscerai dei colleghi giornalisti. Com'è la situazione con il giornalismo in Turchia? Come sono lì le condizioni?

— Molto difficili sia dal punto di vista della libertà di espressione che rispetto ai temi di cui parlavamo prima. Ci sono 30 giornalisti in carcere, arresti quasi quotidiani. Non solo i giornalisti subiscono attacchi e violenze, ma moltissimi vengono semplicemente licenziati, un altro modo per metterli a tacere.

Vorrei anche dire che ci sono tantissimi giornalisti coraggiosi, che nonostante questo clima continuano a fare il proprio lavoro e in una situazione molto difficile dal punto di vista della libertà d'espressione, sono più coraggiosi rispetto anche ai colleghi italiani.

— Tornando al mondo dei media italiani. Che cosa vorresti dire ai ragazzi che vorrebbero diventare giornalisti?

— Fare il giornalista, il corrispondente freelance all'estero è uno dei lavori più meravigliosi che esista. Io consiglierei di partire facendo un master di giornalismo all'estero, a Londra, Parigi, Berlino. Consiglio di imparare oltre l'inglese, la lingua del Paese dove lavorerai, se uno si occupa di mediterraneo va studiato l'arabo o il turco, se uno si occupa dell'Est di sicuro il russo. Poi bisogna cominciare a lavorare o in una redazione o come freelance all'estero. Ti assicuro che per molto tempo sono stato molto determinato a continuare a lavorare per media italiani.

Dopo anni, dove ci sono state anche soddisfazioni, se potessi tornare indietro lo rifarei questo lavoro, ma all'estero da subito.

— Tu comunque continuerai a raccogliere le testimonianze della gente e a dar voce alle loro storie?

— Come ho scritto nel mio post su facebook, che non vuole essere una denuncia, io sono giornalista e continuerò a fare il giornalista. Posso fare però approfondimenti e documentari. Di sicuro scrivere per i media italiani non sarà una mia priorità e lo farò solamente alle mie condizioni e non come prima. Scrivere news in Italia non ti da abbastanza per vivere. Molti mi dicono che dovrei mobilitarmi e cercare di cambiare le cose.

— Che cos'è necessario infatti per cambiare le cose?

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— Se io credessi che sia possibile cambiare le cose nel medio termine, non avrei scritto quell'annuncio su facebook. Io da qui ho sempre seguito le mobilitazioni dei giornalisti precari in Italia, sono sempre stato iscritto all'Ordine, so benissimo come funziona il sindacato. Tutti i tentativi di cambiare le cose in Italia hanno fallito e non perché non ci siano state mobilitazioni. Al sindacato dei giornalisti semplicemente non interessa per niente la condizione dei precari, anzi ti fanno la guerra contro, forse perché sono anche molto vicini agli editori.

Non vedo le possibilità perché le cose cambino. Un esempio è l'annuncio che ha fatto Iacopino, il presidente  dell'Albo dei giornalisti alla conferenza di fine anno con Matteo Renzi. La risposta si Renzi è stata che i giornalisti non lavorano in condizioni di schiavitù e non c'è nessun problema. Chi è un giovane giornalista in Italia sa che questa dichiarazione è fuori dal mondo. Questa dichiarazione è emblematica per le possibilità che le cose cambino in Italia.

Dopo anni che ho difeso il finanziamento pubblico dei giornali, sono giunto alla conclusione che il finanziamento ai media va abolito completamente. A quel punto forse i media saranno costretti a inventarsi un nuovo modello industriale. Le principali vittime di tutto questo non sono i giornalisti, ma i lettori dell'opinione pubblica italiana che, con tutto il rispetto, rimane abbastanza ignorante per rapporto agli altri Paesi su quello che accade nel mondo. Questo è un grandissimo problema, perché le scelte politiche non hanno nessun controllo.

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