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La difesa europea che non c’è

© AFP 2021 / PHILIPPE HUGUENMappa dell'Europa
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Non di solo spread verrebbe da dire. All’Unione europea manca uno strumento fondamentale perché le cose funzionino, la politica. Nel contesto di oggi, dove si parla tanto di sicurezza, a mancare è anche una difesa comune europea.

© Foto : fornita da Alessandro PolitiAlessandro Politi, direttore della NATO Defense College Foundation
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Alessandro Politi, direttore della NATO Defense College Foundation
La creazione di un esercito comune europeo è stata ritenuta da decenni un'utopia, ma a minacce e problemi comuni ci dovrebbero essere anche risposte e soluzioni comuni. In un'infinità di notizie sulla crisi economica, l'euro, lo spread, il bail-in, il potere forte delle banche ci si dovrebbe porre qualche domanda anche sull'aspetto politico dell'Unione europea, dove sembra ognuno voglia andare avanti per conto suo.

Di fronte agli scenari attuali è necessario uno spazio di sicurezza comune? L'Europa sarebbe pronta, ad esempio, alla formazione di un esercito comune? A Torino il 12 febbraio al Palazzo Civico si terrà l'incontro "Difesa europea, esercito comune", dove fra i relatori parteciperà anche Alessandro Politi, direttore della NATO Defense College Foundation, che ha gentilmente rilasciato un'intervista a Sputnik Italia.

— Si tratta di un incontro per discutere pubblicamente anche su basi scientifiche il tema della proposta dell'esercito europeo. Un tema di politica europea che non è soltanto lo spread o la tormenta economico monetaria.

— Di questo progetto si parla già da 50 anni. Secondo lei quanto è fattibile creare un esercito comune europeo oggi,  quando l'Europa è come non mai divisa al suo interno?

— Noi siamo abituati a considerare gli Stati nazionali come una realtà ovvia. In verità ci hanno messo secoli per organizzarsi, assumere la loro fisionomia e funzionare. Il processo di integrazione europea dal '48 ad oggi è stato infinitamente più rapido. È vero che oggi c'è una serie di classi dirigenti, che in mancanza di una solida ideologia, pensano soltanto al nazionalismo. Il nazionalismo però non è una via d'uscita per i problemi di oggi, anzi è un vicolo cieco.

© AFP 2021 / MARCELLO PATERNOSTROL'inizio delle esercitazioni Trident Juncture in Sicilia
L'inizio delle esercitazioni Trident Juncture in Sicilia - Sputnik Italia
L'inizio delle esercitazioni Trident Juncture in Sicilia

— Oggi si critica spesso l'Europa di non avere una politica comune. Com'è possibile riuscire ad avere questa politica comune per così tanti Paesi diversi?

— Quando si critica l'Europa per prima cosa bisognerebbe criticare gli Stati nazionali, sono loro che fanno le scelte di miopia e di ostacolo a delle politiche di integrazione efficaci. Non è certo la Commissione né gli organi comunitari che giocano a ribasso. Ci sono i parlamenti nazionali che non spingono sufficientemente.

— Forse la debolezza dell'Unione Europea sta nel suo forte allargamento?

— Direi che l'allargamento a volte è un pretesto. È vero che ci sono classi dirigenti che sono cresciute con la cultura sovietica, però è altrettanto vero che i maggiori responsabili del rallentamento degli scatti di integrazione sono sempre i grossi Paesi, sono sempre i soliti 5 o 6, non di più. Io lo so per esperienza negoziale diretta. I Paesi minori provocano problemi minori, vanno rassicurati, richiedono trasparenza.

© REUTERS / Christian HartmannVittime della strage del 13 novembre a Parigi.
Vittime della strage del 13 novembre a Parigi. - Sputnik Italia
Vittime della strage del 13 novembre a Parigi.

— Con l'emergenza immigrazione e le minacce terroristiche è l'occasione buona per pensare seriamente ad un esercito comune europeo? Quando se non ora?

— Le crisi sono un buon pretesto per fare passare cose molto diverse. Bisogna essere onesti con i cittadini. L'esercito europeo non serve né contro il terrorismo né contro i profughi tantomeno. L'esercito europeo serve per avere degli strumenti di intervento quando sono necessari e per collaborare in modo pragmatico e concreto tra Nato e Unione Europea. Il maggior risultato di questo dibattito sarebbe se si smettesse di mantenere gli steccati tra queste due grandi istituzioni su pretesti futili o su paure infondate, come l'indebolimento del legame transatlantico.

— I Paesi europei saranno disposti a cedere sovranità per la creazione di un esercito comune?

— È chiaro che se uno immagina un esercito europeo dagli ordini diretti del Parlamento europeo, forse è un salto abbastanza grosso. Noi stiamo parlando di cose più semplici.

I grossi Paesi devono contribuire stabilmente una quota di forze per degli interventi decisi a 28 in modo rapido ed efficace, così che gli altri Paesi che possono e vogliono contribuire abbiano una piattaforma a cui agganciarsi. Non mancano le formule tecniche, manca la volontà politica per capire che da soli non si va da nessuna parte e collaborando invece sia in ambito Nato sia con gli Stati Uniti si ha la possibilità di fare qualcosa di decente.

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