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Della politica di Erdogan restano le rovine

© AP Photo / Burhan OzbiliciIl presidente turco Recep Tayyip Erdogan
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan - Sputnik Italia
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Ankara aveva reagito con entusiasmo alla "primavera araba", vedendo la possibilità di poter "gestire il vento del cambiamento in Medio Oriente." Ma ha stravolto tutto il conflitto in Siria, che non è andato nella direzione auspicata da Erdogan, scrive la rivista americana “Foreign Policy”.

Se fino a poco tempo fa la politica estera della Turchia era sulla "bocca di tutti", ora si trova in rovina, scrive "Foreign Policy".

Pochi anni fa Ankara costruiva rapidamente le relazioni con i vicini e gradualmente aveva acquisito un ruolo dominante nella regione.

Secondo l'autore dell'articolo, l'esperto di Medio Oriente Henri J. Barkey, si trattava del classico caso di una potenza di medio calibro che attraverso riforme di democratizzazione ed economiche nel Paese, insieme contornate da una diplomazia astuta, che aveva permesso ad Ankara di mediare nei conflitti regionali.

"Ora questa politica è in rovina. E' diventata vittima della svolta inaspettata della "primavera araba", in particolare in Siria, e dell'arroganza e degli errori di politica interna ed estera", — constata Barkey.

L'analista ha osservato che Ankara ha rapporti compromessi con quasi tutti i suoi vicini della regione, ma anche con gli Stati Uniti, l'Unione Europea e la Russia.

Barkey elenca una serie di eventi, a seguito dei quali la Turchia ha perso terreno e le ragioni per cui è successo.

Quando nel 2010 è iniziata la primavera araba e in diversi Paesi della regione erano scoppiate le rivolte, Ankara aveva deciso che la Turchia sarebbe potuta diventare una grande potenza nella regione.

La Turchia "controllerà il vento del cambiamento in Medio Oriente", dichiarava Ahmet Davutoglu, allora ministero degli Esteri e attualmente capo del governo del Paese, ricoprendo la carica di premier.

Tuttavia il successo non era durato a lungo. In primo luogo, il "nuovo ordine" su cui sperava Davutoglu è stato mandato in frantumi dagli eventi in Egitto, dove il governo guidato dai "Fratelli Musulmani" (sostenuti dalla Turchia), è stato rovesciato.

Con le nuove autorità Ankara non è riuscita a normalizzare i rapporti.

"Ma è in Siria, dove il regime di Assad ha tenacemente resistito alla ribellione, che Ankara ha visto seppellire le ambizioni di politica estera della Turchia," — rileva Barkey. Sottolinea che la Siria "ha cambiato tutto".

Erdogan ha cominciato a criticare gli Stati Uniti per la loro incapacità di intervenire nel conflitto siriano. Ankara ha cominciato a far passare i combattenti islamici radicali in Siria attraverso le sue frontiere, aumentando la tensione con Washington.

Gli eventi in Siria hanno inoltre inferto il "colpo di grazia" al processo di pace tra le autorità turche e i curdi.

Barkey ha inoltre posto l'accento sul ruolo giocato dalla Russia nel contenimento della Turchia.

"Anche se i curdi hanno compromesso la posizione interna ed esterna di Erdogan, il presidente turco è stato messo con le spalle al muro quando la Russia è intervenuta nel conflitto siriano dalla parte di Assad," — scrive l'analista.

Barkey conclude l'articolo, sostenendo che la politica di Ankara non è più legata alla Turchia, ma è strettamente connessa all'interesse personale e al destino di Erdogan.

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