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Inviato di guerra, un mestiere essenziale

© flickr.com / US Marine Corps / Staff Sgt. Ezekiel R. KitandwePossibili forniture di armi letali in Ucraina secondo molti darebbe il via alla Terza Guerra Mondiale
Possibili forniture di armi letali in Ucraina secondo molti darebbe il via alla Terza Guerra Mondiale - Sputnik Italia
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Esistono guerre dimenticate, sembrano lontane di primo acchito, in realtà sono conflitti che riguardano tutti. Non tutte le guerre fanno notizia, ci sono vittime di cui i media non parlano proprio.

Finchè il terrore non bussa alle porte, non ci si rende conto di come le guerre più "lontane" siano in verità vicinissime. La Sira ne è un esempio: anni di conflitto, morti innocenti, massacri… tutto buttato nel dimenticatoio, finché il terrorismo jihadista non ha scosso l'Europa con gli attentati a Parigi. A volte non bisogna andare nemmeno troppo lontano, ci sono conflitti nel cuore della stessa Europa come quello ucraino, ad un certo punto però dimenticato da tutti.

Oggi viviamo nell'era dell'informazione immediata, di un internet senza limiti, veniamo bombardati da immagini e informazioni continue. Spesso però manca un'analisi più approfondita che riesca ad inquadrare le notizie che giungono dalle zone di guerra.

Il mestiere dell'inviato di guerra è essenziale. Descrivere i fatti, diventare gli occhi del lettore, ma non solo.

"Il giornalista oscilla tra l'essere un po'lo storico del presente e colui che racconta la verità del momento. L'inviato è colui che racconta gli eventi, ma in qualche modo dà un'analisi e le chiavi di interpretazione".

Sono le parole di Alberto Negri, inviato di guerra, editorialista per il Sole 24 ore, che ha gentilmente rilasciato un'intervista a Sputnik Italia.

— Ci sono guerre dimenticate, di cui i giornalisti non parlano. Perché avviene questo? Per la distanza di questi Paesi?

© Foto : fornita da Alberto NegriAlberto Negri, inviato di guerra, editorialista per il Sole 24 ore
Alberto Negri, inviato di guerra, editorialista per il Sole 24 ore - Sputnik Italia
Alberto Negri, inviato di guerra, editorialista per il Sole 24 ore

— C'è una distanza geografica, non vi è dubbio, per quanto riguarda molti conflitti in Africa o in Asia, ma vediamo anche una distanza mentale e intellettuale. In Italia e in buona parte dei Paesi europei vi è una formazione eurocentrica della propria cultura e non ci si accorge, dopo aver parlato tante volte di globalizzazione, che anche i conflitti lontani possono arrivare alle porte di casa. Si è verificato adesso con il terrorismo.

La Siria per molto tempo è stato un conflitto dimenticato e se non ci fossero stati gli attentati in Europa e l'afflusso di combattenti di jihadisti di ritorno dal Medio Oriente, probabilmente sarebbe rimasto un conflitto ai margini della comunità internazionale. Non parliamo poi di alcuni conflitti che ci sono in Europa, prendiamo il caso dell'Ucraina, le conseguenze di quelle che sono state le guerre nei Balcani, o la prosecuzione dei conflitti nel Caucaso. Sembrano lontani questi conflitti, ma poi ci accorgiamo tragicamente che sono molto più vicini a noi.

— Gli inviati di guerra che si recano nelle zone calde diventano gli occhi del lettore. Secondo lei quanto è libero oggi un corrispondente di guerra nel raccontare quello che vede?

Una base distrutta dei combattenti ISIS nella provincia di Idlib, Siria. - Sputnik Italia
Pubblicato da terroristi un video dell'attacco contro i giornalisti RT

— Credo che ognuno debba rispondere personalmente per il proprio lavoro. Io credo che lo sia abbastanza nella misura in cui conosce le situazioni ed è documentato. Poi ci sono purtroppo delle situazioni locali che non rendono facile il nostro lavoro. Il nostro mestiere è complicato e credo sia ancora oggi essenziale non solo per descrivere quello che uno vede passare davanti agli occhi, ma anche per cercare in qualche modo di dare strumenti di intepretazione degli eventi.

— Oggi nell'epoca della comunicazione immediata e di internet, com'è possibile che molto spesso manchi una vera informazione?

— Io parlo soprattutto per la stampa, che frequento da 35 anni ed è lo strumento che vedo davanti agli occhi tutti i giorni. C'è stato un disinvestimento dei servizi sull'estero, in qualche modo si finanziano meno i viaggi, si sta meno a lungo nei luoghi. Questo sicuramente rispetto qualche anno fa è vero. Si investe di meno sui reportage all'estero. C'è un aspetto chiaro: la nuova informazione, i social media avrebbero dovuto in qualche modo riempire alcuni di questi vuoti, ma lo fanno fino ad un certo punto. Arriva l'informazione, arrivano le immagini, ma molto spesso ricordiamoci che queste immagini non sono filtrate, a volte sono immagini parziali di quello che accade.

L'occhio della telecamera vede il punto da inquadrare, lo focalizza, ma molto spesso il contesto rimane fuori dal focus e dal nostro occhio.

— E il ruolo dell'inviato in questo contesto qual è?

— Il lavoro dell'inviato è essenziale. Il giornalista oscilla tra l'essere un po'lo storico del presente e colui che racconta la verità del momento. Noi dobbiamo raccontare la verità del momento, non vi è dubbio, dobbiamo cercare di farlo nella maniera più oggettiva possibile. L'andare sul posto, parlare con le persone, fare dei collegamenti tra il contesto e la situazione generale è il lavoro dell'inviato. L'inviato è colui che racconta gli eventi, ma in qualche modo dà anche un'analisi e le chiavi di interpretazione.

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