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Shale Oil Usa fuori mercato

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In calo di 400mila barili al giorno lo shale oil Usa. Ma la politica imposta dall’Arabia Saudita manda in deficit anche i Paesi Opec. Tranne la Russia.

Nicolas Maduro e Vladimir Putin - Sputnik Italia
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Il piano dell'Arabia Saudita per mettere fuori mercato lo shale oil americano sembra stia funzionando. Lo certifica l'Agenzia Internazionale dell'Energia nel suo rapporto mensile di settembre in cui prevede un calo di ben 400mila barili al giorno per la produzione di shale Usa nel 2016. I giacimenti esauriti vengono chiusi e gli investimenti in quelli nuovi fermati.

Uno studio della stessa Iea di un anno fa calcolava che solo il 4% dello shale Usa aveva bisogno di prezzi oltre gli 80$ per arrivare al break-even mentre per la maggior parte era sufficiente un barile sopra i 50 dollari per essere economicamente sfruttabile. Calcoli però, come hanno sottolineato diversi analisti, difficili da fare in linea generale, visto che andrebbe considerata anche la struttura finanziaria che supporta gli investimenti nei giacimenti. Una cosa è certa, con il Brent a 47 dollari e il Wti a 44 nessuna banca finanzierà imprese attive nello shale mentre i giacimenti più economici dovranno lavorare a pieno ritmo visto che i prezzi bassi stanno sostenendo la domanda.

L'Aie prevede un balzo di 1,7 milioni di barili al giorno della richiesta di petrolio che arriverà a 94,4 milioni di barili al giorno nel 2015 per poi aumentare di altri 1,4 milioni di barili nel 2016. Da tenere in considerazione anche l'effetto della fine delle sanzioni all'Iran che potrebbe portare a un aumento del contributo del Paese che attualmente produce circa 3,1 milioni di barili al giorno.

La strategia dell'Arabia Saudita non è stata comunque indolore anche per molti membri del cartello. Il petrolio così a buon mercato ha mandato in deficit tutti i conti pubblici dei componenti dell'Opec. Secondo un calcolo del Wall Street Journal, per pareggiare il budget 2015, Algeria e Iran avrebbero bisogno di un barile a ben 130 dollari. La stessa Arabia Saudita avrebbe bisogno di vendere greggio a 90 dollari al barile. Finirebbero con questi prezzi in deficit anche i Paesi più prudenti del cartello, Qatar e Kuwait, ai quali servirebbero rispettivamente prezzi di 65 e di 54 dollari al barile per chiudere il budget in pareggio. Ma, secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia, questo non fermerà Riyad, che "difficilmente farà marcia indietro sulla strategia che ha imposto all'Opec".

La Russia ha molte ragioni per sperare in un aumento dei prezzi del petrolio, dal momento che l'energia costituisce il 60% delle sue esportazioni e che il crollo dei prezzi del petrolio è il principale responsabile della recessione economica prevista per quest'anno. Tuttavia, secondo Bloomberg, la Russia è in grado di tollerare i prezzi attuali meglio di qualunque altro Paese dell'Opec, e dunque non ha alcuna ragione di rischiare una riduzione delle proprie quote di mercato. Il ministero delle Finanze russo prevede per quest'anno un rapporto deficit-pil del 3%, un dato assai contenuto, specie se paragonato al disavanzo del 20% attribuito all'Arabia Saudita dalle previsioni del Fondo monetario internazionale. La Russia è quindi in grado di conseguire l'equilibrio di bilancio con prezzi del petrolio superiori ai 60 dollari.

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