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Fuori dall'Unione! i referendum agitano l'Europa

© AP Photo / Toby MelvilleDavid Cameron
David Cameron - Sputnik Italia
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Un nuovo spettro si aggira oggi per l’Europa quello dei referendum.

Lo ha minacciato, non ufficialmente, la Grecia, lo ha invece formalmente annunciato il britannico Cameron.

Che l'Unione Europea non sia nel suo momento di maggiore consenso tra le popolazioni del continente è un dato di fatto. Lanciare dei referendum sulla possibile uscita dall'Unione significa correre il rischio che essi possano innescare una valanga di richieste similari anche in altri Paesi che ancora non ne hanno parlato. E l'esito sarebbe tutt'altro che scontato.

© SputnikAngela Merkel e il debito greco
Angela Merkel e il debito greco  - Sputnik Italia
Angela Merkel e il debito greco

Per ora, le voci di un referendum in Grecia avente come oggetto le misure di austerity richieste da Bruxelles e dal FMI sono state smentite dai massimi vertici di governo ma è certo che, se attuato e se i greci si esprimessero contro l'austerità', ciò significherebbe anche il loro rinunciare a restare in Europa.  Verosimilmente, l'ipotesi fu volutamente lasciata circolare dai vertici di Atene solo come forma di pressione sulle controparti negoziali, ma adesso non si può più escludere che, entro la fine dell'anno, non s'indica sul serio. E' a tutti noto, infatti, che, alle condizioni attuali, la Grecia non sia in grado di poter ripagare i debiti cumulatisi negli anni passati e le misure richieste dall'ex Trojka su salari, pensioni e legislazione sul lavoro implicherebbero una netta diminuzione del tenore di vita medio goduto fino ad ora. Se Tzipras sarà costretto a scegliere tra un formale fallimento del Paese o drastiche misure che sarebbero in contraddizione con le promesse che l'hanno portato alla vittoria, non gli resterà altro da fare che consultare direttamente i cittadini e un referendum, molto più di nuove elezioni, diventerebbe per lui l'unica via percorribile.

Anche in Gran Bretagna tutto cominciò con un bluff: Cameron aveva annunciato che la consultazione sulla permanenza nell'Unione Europea sarebbe stata indetta entro il 2017, dopo la rinegoziazione con gli altri Paesi e con Bruxelles delle condizioni di adesione del Regno Unito. L'annuncio, più una minaccia che un'intenzione, gli serviva all'esterno per meglio mercanteggiare i futuri assetti con Bruxelles e, all'interno, per tacitare il partito antieuropeista locale e i nemici dell'Unione dentro il suo stesso partito. Inoltre, rimaneva soggetto all'improbabile accordo dell'allora partner di governo, il partito Liberal-Democratico di Clegg, fortemente filoeuropeo.  Purtroppo per Cameron I calcoli si sono rivelati sbagliati. Quando fece l'annuncio di voler sottoporre a referendum cosa fare dell'Unione disse, anche per scongiurare quella che sembrava una futura sconfitta elettorale, che l'impegno sarebbe stato mantenuto solo se il partito conservatore fosse stato ancora al potere. Oggi, dopo le elezioni che hanno attribuito a lui una grande (e inaspettata) vittoria e hanno fortemente ridimensionato i Liberal-Democratici non più necessari per la nuova maggioranza, il leader dei Tory è obbligato a dare veramente seguito a quanto promesso.

© Foto : ©Unimedia Images/REXI conservatori sanno benissimo che, sia per motivi economici sia strategici, l’appartenenza all’Unione è indispensabile per Londra.
I conservatori sanno benissimo che, sia per motivi economici sia strategici, l’appartenenza all’Unione è indispensabile per Londra.  - Sputnik Italia
I conservatori sanno benissimo che, sia per motivi economici sia strategici, l’appartenenza all’Unione è indispensabile per Londra.

I conservatori sanno benissimo che, sia per motivi economici sia strategici, l'appartenenza all'Unione è indispensabile per Londra. Dal punto di vista economico, Londra ha attirato capitali e investimenti grazie alle condizioni legislative e fiscali particolarmente favorevoli ma soprattutto perché i capitali stranieri puntavano, via la Gran Bretagna, al mercato di tutto il continente. L'uscita dall'Europa significherebbe il venir meno di queste condizioni e potrebbe causare una fuga di buona parte dei capitali già arrivati. Dal punto di vista strategico, nonostante il costante e stretto legame con gli USA, il Regno Unito ha approfittato della sua presenza in Europa per giocare su due e più tavoli. Se un referendum dovesse veramente decidere la rottura con l'Unione, il tavolo su cui giocare rimarrebbe solo quello oltre atlantico. E' dunque un rischio mantenere la promessa fatta agli elettori col rischio di ricevere il mandato di rompere con Bruxelles, ma tradirla sarebbe giudicato inaccettabile dalla maggior parte dei britannici.

A questo punto, approfittando dell'attuale relativa debolezza dell‘UKIP e per evitare il lungo periodo d'incertezza che si porrebbe tra qui e il 2017, tempo che porterebbe, per timore del risultato, al congelamento o alla fuga anticipata di investitori e società straniere, a Cameron conviene accelerare e indire il referendum al più presto. Cosa che, infatti, ha dichiarato di voler fare.

In entrambi i casi, quello greco e quello britannico, la tentazione dell'elettorato potrebbe essere quella di esprimere un voto più "di pancia" che "di testa".  In un Paese, l'Europa è giudicata insensibile e colpevole di volere la miseria dei cittadini; nell'altro gli si attribuisce la maggiore responsabilità per l'incontrollato afflusso di immigrati, soprattutto dall'est, dovuto al principio della libertà di circolazione all'interno dell'Unione. Per questi, e per altri motivi, la disaffezione verso una Bruxelles inefficiente e spendacciona è in forte crescita.

Il problema non si esaurisce però a Londra e Atene: una vittoria dell'antieuropeismo anche in uno solo dei due Stati galvanizzerebbe anche altrove tutti i partiti e i movimenti ostili all'Unione e potrebbe obbligare anche altri Governi a chiedere ai propri cittadini di esprimersi sull'argomento.

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