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Volontari Italiani combattono nel Donbass a fianco delle milizie

© REUTERS / Marko DjuricaПлачущая женщина в разрушенной церкви в Донецке
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Le Iene hanno intervistato alcuni italiani che combattono nel Donbass a fianco degli indipendentisti.

Andrea Palmieri stava aiutando a difendere una posizione sulle colline. Lì vicino c'è una dacia. Dentro, una donna al computer, sola, continuava a ridere, quasi come una bambina. Palmieri chiede ai commilitoni: "è matta o cosa?" No, gli rispondono. Sta guardando il cartone animato preferito dai suoi bambini. Uccisi, entrambi, da una bomba a Donetsk.

"Sono io stesso un genitore", dice Palmieri, 35 anni, di Lucca. «Quella scena mi toccò molto»

Palmieri è uno dei volontari italiani che combattono nel Donbass a fianco delle milizie indipendentiste. Se chiedi loro perchè, la risposta più frequente è «per aiutare la popolazione locale».

Una popolazione le cui sofferenze sono state sistematicamente ignorate dai media occidentali.

© Fotobank.ru/Getty Images / Pierre CromIl bambino di 3 anni in nascondiglio sotterraneo a Donbass
Il bambino di 3 anni in nascondiglio sotterraneo a Donbass - Sputnik Italia
Il bambino di 3 anni in nascondiglio sotterraneo a Donbass

Tutti i miliziani nel Donbass hanno una storia da raccontare, toccante quanto quella della donna che guarda il cartone animato preferito dai suoi figli uccisi.

Palmieri, che parla correntemente il russo, conosce bene la storia della città, per difendere la quale ha scelto di rischiare la sua vita: «La gente qui parla russo, si sente russa. Lugansk stessa fu costruita dai russi».

Quanti italiani prendono parte ai combattimenti non si sa con esattezza. Di quattro è noto anche il nome. Due hanno accettato di essere intervistati dal programma di Canale 5.

«Ce ne sono altri,» rivela Palmieri, «ma non vogliono pubblicità». «Gli spagnoli sono stati arrestati, i serbi anche. Noi italiani potremmo essere i prossimi. Non vogliamo correre rischi. Siamo venuti qui per aiutare la popolazione. Appena la guerra sarà finita, torneremo dalle nostre famiglie».

C'è chi combatte per denaro. Chi, per ideali

Irina Osipova, presidente di Giovani Italo-Russi — una associazione non-profit che aiuta i russi residenti a Roma a mettersi in contatto tra di loro — condivide le preoccupazioni:

«Il problema per coloro che riescono a sopravvivere queste guerre è il loro futuro. Riusciranno a tornare ad una vita normale?» Di sicuro un procedimento penale non aiuterebbe.

Per Osipova anche l'etichetta "foreign fighters" è troppo semplicistica. «C'è chi combatte per i soldi, chi per le idee. Essere pagari per uccidere è un conto. Venire a rischiare la propria vita divendendo coloro che hanno bisogno vitale di essere difesi per sopravvivere è diverso»

Quest'ultimo è il caso di Andrea Palmieri, e del suo connazionale e commilitone Antonio Cataldo, 30 anni, di Avellino.

Palmieri spiega così la sua scelta: «Amo la Russia. Amo Putin. Sono qui per aiutare la popolazione locale. L'esercito ucraino bombarda il proprio popolo, donne e bambini. Questa non è una guerra civile. Una guerra civile la combattono due fazioni. Questo è massacro!»

Per Palmieri si tratta anche di prevenire una calamità molto maggiore: «Credo che solo una nostra vittoria possa evitare la terza guerra mondiale. Perchè quando sarà completamente accerchiata, la Russia dovrà difendersi»

Palmieri è molto trasparente su quanto guadagna: «Ricevo 300 euro al mese come rimborso spese. Sto combattendo per un ideale. Il mio ideale. E non per soldi».

«In Occidente abbiamo perso la concezione che qualcuno possa fare qualcosa senza secondi fini. Ma io non ho secondi fini"

Il denaro non è una motivazione nemmeno per Cataldo, che pure ha combattuto in passato in Libia per Gheddafi. "Quelli si che erano bei soldi! Qui non guadagno niente. Sono qui solo per aiutare questa gente".

Mentre i cameramen de Le Iene inquadrano la posizione ucraina, e mostrano ai telespettatori quello che vede un cecchino nell'obiettivo mentre zooma il fronte nemico, gli ucraini iniziano a fare fuoco. Tutti in trincea, e poi via di corsa. Le riprese sono finite. "Ci sparano, ci bombardano durante la notte", racconta Cataldo mentre mostra ai cameramen le devastazioni arrecate dal bombardamento dela scorsa notte.

A guerra finita, anche Cataldo vuole tornare in Italia. Teme ripercursioni?

"Io non sono un terrorista. Non taglio la testa a nessuno. Non ho fatto niente di male nel venire qui ad aiutare la popolazione». «I miei familiari non sanno niente di tutto questo. Ho detto loro che andavo in Russia per un pò di tempo».

Non può nemmeno tenersi in contatto con i suoi familiari : «Non posso chiamarli. Non posso usare il telefono, altrimenti [gli ucraini] scoprono la posizione».

Carri armati, fiori e bombe a grappolo

Prima di infortunarsi durante un addestramento, Palmieri ha combattuto a Lugansk per sette mesi. Conosce il terreno di battaglia — « la pianura dei metallisti » — a memoria.

"Siamo riusciti a prevenire ulteriore bombardamento della città. Li abbiamo accerchiati, e loro hanno dovuto arretrare di qualche chilomentro," spiega ancora Palmieri, mentre il cameraman riprende le trincee. «Hanno cercato di scavarne altre, ma non ci sono riusciti»

Palmieri mostra ai cameramen una trincea che "poteva ospitare fino a 20 soldati nemici". Si vedono resti di Razioni K fabbricate negli USA. «È la prova che gli americani stanno aiutando l'esercito ucraino». «In altre trincee puoi vedere resti di bombe a grappolo. Anche quelle made in USA»

L'inviato de Le Iene chiede: «Hai visto morire qualcuno dei tuoi commilitoni?», «Sí», dice sommesso Palmieri. «Non accanto a me, ma li potevo vedere dalla mia posizione».

© Sputnik . Dan LevyI miliziani di Donbass
I miliziani di Donbass - Sputnik Italia
I miliziani di Donbass

«Come sono morti?» insiste il giornalista: "Per via di un esplosione, o di ferite multiple"

Gli chiedono del figlio rimasto in Italia.

"Mi tengo in contatto con lui tramite Skype,» spiega Palmieri, « mio figlio sa che Papà sta combattendo dei cattivi. Ma non sa che sta combattendo una vera guerra.»

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